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palazzo zenobio venezia

Chiara Pirozzi

CHIARA PIROZZI

Hayastan/Veraznunt risuona inizialmente come un pretesto, quello cioè di colmare una lacuna, ovvero la superficialità con la quale si è a conoscenza della storia della popolazione armena. Esporre nelle sale veneziane di Palazzo Zenobio ha dato l’opportunità, a me per prima, di approfondire una vicenda che, ingiustamente, rischia di non essere ricordata e riconosciuta come una delle crudeltà più dure subite da un’intera stirpe. La mostra non ha certamente la pretesa di entrare nel merito della questione storica, delle colpe e delle responsabilità dei fatti accaduti, ma lo scopo degli autori è stato quello di rendere omaggio al popolo armeno, attraverso le forme e i mezzi della creatività artistica. Lello Lopez e Antonello Matarazzo ci parlano di libertà e di rinascita e lo fanno grazie all’utilizzo di un lessico semplice ma, contemporaneamente, con l’impiego di una dialettica multiforme e mai scontata. Gli artisti in mostra sono riusciti nel difficile intento di esprimere le sofferenze subite dagli armeni, senza però cedere a segnali di vittimismo e di commiserazione. Con un equilibrio maturo ma mai ordinario, entrambi i lavori riescono a comunicare l’orgoglio e la fierezza di un popolo, oggi in diaspora, desideroso di non perdere quelle che sono le proprie tradizioni e con queste il proprio raffinatissimo idioma. Lopez e Matarazzo riflettono su un medesimo argomento, ma lo fanno seguendo linguaggi, stili e modalità di ricerca molto differenti, giungendo a mio parere a risultati comuni. Rendono merito alla capacità di un intero popolo di risollevarsi e di rinascere da un passato buio, come oscure sono le acque melmose dalle quali sono capaci di nascere le piante fotografate da Lello Lopez, dove ogni boccio porta il nome di un armeno. Entrambi gli artisti esprimono la volontà di un popolo di tornare a vivere, come i germogli del prato realizzato nella videoinstallazione di Antonello Matarazzo: un’erba che torna a rinverdire dopo un lungo e gelido inverno. E poi c’è la descrizione della fierezza armena, ben visibile nell’immagine d’archivio dei giovani ragazzi del Collegio Mechitarista, riprodotta dallo stesso e sapientemente fatta rivivere nell’attimo prima che i ragazzi fossero imperturbabilmente impressi su carta fotosensibile. Nelle opere presentate dai due artisti non c’è traccia né del dramma, né della tragedia, né della tristezza dei superstiti e dei discendenti delle vittime. Nemmeno le musiche e i canti scelti per completare le opere intendono descrivere il tormento, ma vogliono rappresentare e raccontarci la cultura armena, la sua bellezza e il suo fascino, didascalicamente riproposta nell’immagine dei monasteri dipinti da Lello Lopez come luogo-simbolo di questo patrimonio. Le opere in mostra sono installazioni multimediali complesse, il cui allestimento è stato studiato appositamente per le sale di Palazzo Zenobio. E’ stato così possibile riuscire a creare un dialogo e un confronto tra i due lavori proposti e giungere a una sintesi costruttiva, che ha permesso agli artisti, agli organizzatori e a me come curatrice di operare una riflessione storica e documentaristica attraverso gli strumenti espressivi dell’arte.

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